Mentre una sigla sindacale autonoma e massimalista attacca Confartigianato per aver evidenziato una criticità strutturale, la mancanza di manodopera in alcuni settori, confondendo il tema della retribuzione con quello congiunturale dell’adeguata formazione rispetto ai fabbisogni di imprese e mercato (paradossalmente i territori più in difficoltà sono quelli in cui i salari sono mediamente più alti), riteniamo fondamentale affrontare con serietà la questione dei salari arricchendo il confronto con l’esperienza veneta sul sistema della contrattazione integrativa e sul ruolo della bilateralità. Pur nutrendo diverse perplessità sull’impianto della proposta di salario minimo presentata a livello nazionale dalle opposizioni al tavolo con il Governo, riconosciamo nella discussione sulla retribuzione una grande occasione di incontro per rimettere al centro dell’agenda politica del Paese le questioni del lavoro, della produttività e di un salario adeguato rispetto al costo della vita.
C’è chi ha visto nel coinvolgimento del CNEL un tentativo di “buttare la palla in tribuna” per temporeggiare. Chi invece come noi conosce la necessità del confronto si aspetta un contributo di qualità da un organo composto da tecnici e rappresentanti di tutte le parti, organo, vale sempre la pena ricordarlo, di rango costituzionale. Porre attenzione alla tutela della contrattazione collettiva e alle istanze di tutti gli attori significa riconoscere il valore di un articolato processo che negli anni ha portato a significativi miglioramenti delle condizioni di una parte assolutamente maggioritaria dei lavoratori dipendenti italiani e a un progressivo rafforzamento delle misure di welfare aziendale e contrattuale.
È la stessa direttiva europea sull’individuazione del salario minimo per conseguire condizioni di lavoro dignitose a promuovere e privilegiare il ruolo della contrattazione collettiva nella determinazione dei salari. Nell’artigianato il sistema degli assetti contrattuali si articola su due livelli. Quello nazionale ha il compito di definire i trattamenti retributivi minimi di riferimento per i lavoratori del settore. Quello regionale delega le parti a individuare i parametri cui legare specifici elementi di produttività del lavoro, prevedendo il riconoscimento di erogazioni economiche sotto forma di premi di produttività, elementi variabili della retribuzione, prestazioni di welfare integrativo, contributi aziendali per favorire l’adesione alla previdenza complementare. In questo contesto un ruolo preminente viene riconosciuto alla bilateralità, che, nell’artigianato Veneto, ha raggiunto valori molto significativi grazie agli accordi sottoscritti tra le Associazioni Artigiane e i Sindacati Confederali. L’obiettivo degli strumenti bilaterali è quello di realizzare comuni interessi nel campo della formazione professionale, del mercato del lavoro, delle condizioni di vita e di lavoro per lavoratori e imprese. Il punto di forza di questo impianto, che rende il Veneto un modello virtuoso a livello nazionale, sta nel confronto continuo tra parti attraverso cui si intercettano i bisogni dei lavoratori e la necessità di sviluppo e consolidamento delle imprese artigiane. Il sistema bilaterale veneto dal 2020 al 2022 ha erogato prestazioni per più di 100 milioni di euro sommando quelle di EBAV (Ente Bilaterale Artigianato Veneto), Sani.In.Veneto ed Edilcassa Veneto. Le prestazioni integrative nascono dalla contrattazione collettiva e si inseriscono a pieno titolo nella politica retributiva aziendale, garantiscono maggiore soddisfazione ai dipendenti e rendono più competitive le imprese.
Un primo passo che ci sentiamo di suggerire per rafforzare la discussione sul salario minimo potrebbe essere quello di estendere questo modello di bilateralità su scala nazionale; ciò dovrebbe essere accompagnato dal riconoscimento degli stessi vantaggi in termini di detassazione previsti per le prestazioni di welfare aziendale anche alle prestazioni di welfare collettivo garantite dalla bilateralità: basti pensare che sui 53 milioni erogati da EBAV in un triennio il fisco ne distrae quasi 10. Questa misura, in linea con le esigenze espresse dal mondo produttivo, sarebbe già un’azione volta ad abbassare il cuneo fiscale. Le perplessità sul dispositivo con cui si vuole introdurre un salario minimo legale non sono dettate, per quanto riguarda il mondo artigiano, dalla volontà di non riconoscere salari dignitosi. Anzi, ricordiamo che per un’impresa artigiana il benessere di un lavoratore ha un valore specifico in termini contrattuali, ma soprattutto umani e sociali, stante il rapporto stretto esistente tra il titolare artigiano e i propri collaboratori. La vera questione che Confartigianato pone, e che poniamo anche noi nei livelli regionali, è il processo attraverso cui si arrivano a determinare tanto una retribuzione dignitosa quanto un percorso di crescita e sostegno per aziende e lavoratori in cui stiano assieme welfare e produttività.
Dunque, al di là del salario minimo, perché non apriamo un dibattito nazionale partendo dal modello veneto? Perché, come sistema territoriale che ha dato protagonismo a istituzioni, aziende artigiane e sindacati, non portiamo ai tavoli la nostra esperienza virtuosa capace di estendere i benefici a favore dei lavoratori e rafforzare la produttività con strategie calate sui contesti territoriali? Con una provocazione, più che parlare di salario minimo, proviamo a lanciare l’idea di un salario modello veneto fondato sulla bilateralità?