“Non è nostro compito entrare nel dibattito politico, ma siamo lieti che l’argomento sia emerso in questi giorni, perché le imprese hanno un’emergenza, che è quella della manodopera e, allo stato attuale, possiamo solo confidare nel lavoro degli stranieri”.
Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto, interviene sull’argomento dello “ius scholae” sollevato dal vicepremier Antonio Tajani, ricordando come l’argomento delle politiche migratorie sia stato già un tema ripreso dalla Federazione nel sondaggio tra gli artigiani al tempo delle elezioni europee in cui è emersa un’insoddisfazione sulla gestione da parte dell’UE. “Da un lato c’è la necessità dell’occupazione garantita agli immigrati regolari, dall’altro lato vi è la difficoltà della convivenza tra popolazioni molto diverse tra loro. È chiaro che la questione va affrontata non solo a livello nazionale, ma europeo e non solo sul piano dei flussi – avverte Boschetto –. Sul piano prettamente italiano invece è a nostro avviso necessario trovare una mediazione tra partiti politici, forze sociali, corpi intermedi per trovare soluzioni realistiche in grado di dare risposte positive tanto a chi chiede gli immigrati nei luoghi di lavoro, quanto a chi chiede maggiori tutele e diritti, ordine e sicurezza sul territorio”.
“Il tema dell’immigrazione va affrontata non in modo settoriale, ma con un ragionamento ad ampio respiro. La scolarizzazione è strategica per chi vive in Italia. La comunicazione, la conoscenza della lingua, della nostra cultura, ma soprattutto dei diritti fondamentali sono le basi per una vera inclusione – sottolinea il presidente di Confartigianato Imprese Veneto - Non si può pensare di risolvere il problema della manodopera sfruttando il bisogno delle persone. Le aziende chiedono personale qualificato, da formare, da far crescere e soprattutto che sia inserito e accolto in un team e nella società in cui vive. Noi vogliamo offrire a tutti, senza esclusione, le stesse opportunità, offrendo uguali trattamenti economici, trasmettendo il nostro sapere artigiano. Prova ne sia il fatto che in Veneto le imprese artigiane gestite da stranieri sono 18.410 e rappresentano il 14,6% del totale. Molti di questi imprenditori prima erano dipendenti”.
Nel 2024 la domanda di lavoro per gli stranieri è risultato in crescita del 7%, segno evidente che mancano lavoratori italiani. “Non credo sia dovuto al fatto che gli italiani si rifiutino di prestare la loro opera in alcuni settori o in lavori cosiddetti “usuranti” – spiega il presidente Boschetto –. Ritengo sia più un problema demografico e sociale. L’allungamento dell’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione, la bassa natalità, l’immigrazione, sono problematiche che stanno mettendo a dura prova il sistema del welfare e stanno contribuendo ad una crisi insostenibile dello Stato sociale”.
I DATI:
Ad avvalorare questa tesi ci sono i numeri: secondo un’indagine di Confartigianato Imprese, negli ultimi 20 anni in Veneto si sono persi 83mila potenziali lavoratori tra i 20 e i 64 anni d’età (-2,8%) e il calo dell’offerta di lavoro con uscita dei lavoratori nati nel baby boom (1962-1969) dal 2024 al 2050 sarà di 599mila persone passando ad un drammatico – 21,1%.
Nel 2023, dall’elaborazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Venet su dati Eurostat, gli occupati stranieri tra 15 e 64 anni in Veneto erano 260 mila, pari al 12,1% del totale dell'occupazione, una quota di 2 punti superiore alla media nazionale del 10,1%. In cinque anni la quota di occupati stranieri in Veneto è salita di 1,3 punti (era 10,8% nel 2018).
“Se questi sono i dati in prospettiva dobbiamo attivarci per colmare il gap e l’unico elemento risolutivo che abbiamo hic et nunc sono gli stranieri. E se agevoliamo la loro capacità di integrazione e di inclusione attraverso un processo che consenta loro di ottenere la cittadinanza attraverso un percorso scolastico e formativo, forse abbiamo trovato una chiave di svolta: nuova forza lavoro più veloce nell’apprendimento, più contribuenti, meno spese per lo Stato e nuova linfa per un sistema pensionistico che non è più in grado di colmare il deficit tra entrate e uscite”.