La rivalutazione del Tfr: Un extra costo di 82 milioni di euro nel 2022 per le imprese artigiane venete della Metalmeccanica, Moda, Legno Alimentare e Benessere (25mila imprese e 115mila dipendenti)

Sottotitolo
Boschetto: “Una “mina vagante che va disinnescata!”
La rivalutazione del Tfr: Un extra costo di 82 milioni di euro nel 2022 per le imprese artigiane venete della Metalmeccanica, Moda, Legno Alimentare e Benessere (25mila imprese e 115mila dipendenti)

“C’è una “mina vagante” nei bilanci delle imprese artigiane che va immediatamente disinnescata. A rischio la sostenibilità economica di migliaia di imprese artigiane, in particolare quelle con il numero maggiore di lavoratori che sono anche le più performanti”. La denuncia è di Roberto Boschetto Presidente di Confartigianato Imprese Veneto che parte dai risultati di una stima realizzata dall’Ufficio Studi della Federazione sull’impatto che ha avuto l’elevata rivalutazione del TFR nel 2022 e che pesa come un macigno sui bilanci delle imprese. “Un onere in più -sottolinea- in un periodo già funestato dal "caro bollette", caro materiali e da una congiuntura economica in rallentamento. La stima, limitata per ora alle aziende artigiane venete della Metalmeccanica, Moda, Legno, Alimentare e Benessere (che rappresentano però il 75% di tutta l’occupazione artigiana in veneto), tra i settori più colpiti avendo un numero elevato di dipendenti, è da brividi: 82 milioni di euro!”      

Il coefficiente di rivalutazione del Trattamento di fine rapporto (Tfr appunto), in base alle rilevazioni dell’indice dei prezzi al consumo (aumento dell’11,3% rispetto all’anno precedente) a dicembre 2022 è arrivato a sfiorare il 10%, per la precisione il 9,974576%.

“Registriamo un “silenzio assordante” sul tema a tutti i livelli, ma – afferma il Presidente- come Confartigianato Veneto non possiamo non allertare le migliaia di imprenditori coinvolti e soprattutto non possiamo assistere indifferenti ad una penalizzazione che ricade soprattutto sulle aziende più strutturate e quindi più importanti per la tenuta dell’artigianato e dell’economia regionale. Si deve fare qualcosa e noi abbiamo delle proposte. Innanzi tutto va subito ripensata la legge n. 297, emanata nel 1982 in un contesto storico-economico completamente differente da quello attuale. Le soluzioni -prosegue- sono quella di modificare il comma 4 dell’articolo 2120 c.c., intervenendo sull’abbassamento del valore del tasso fisso di rivalutazione ora stabilito all’1,5%, in alternativa, si potrebbe riesaminare la percentuale del 75% dell’indice Istat dei prezzi al consumo, prevedendo una diminuzione di tale tasso laddove l’inflazione, calcolata sempre su base mensile, superi un determinato livello soglia prestabilito”.

“In aggiunta -aggiunge-, si ritiene fondamentale che la contrattazione collettiva, in particolare quella di II livello divenga sempre più uno strumento che sostenga la previdenza complementare, soprattutto grazie a possibili incentivi ai lavoratori che scelgono volontariamente di destinare la propria quota di Tfr a un fondo di previdenza complementare. Tutte le indagini confermano infatti che, nonostante le rivalutazioni dovute all’inflazione, lo spostamento del Tfr in un fondo pensione appare ancora oggi, e verosimilmente lo sarà anche per prossimo futuro, la scelta più conveniente”.

“Una soluzione va trovata -sottolinea Boschetto- anche perché il problema non è un caso isolato. Le somme che abbiamo accantonato fino al 31 dicembre 2021, erano già state rivalutate del 4,359238% rispetto all’anno precedente, e ora, dopo la rivalutazione altissima di quest’anno (uno degli aumenti più alti mai registrati a partire dalla metà degli anni ’80) c’è già quasi la certezza che la rivalutazione del Tfr potrebbe rimanere elevata anche per il 2023. E, tale costo, ricade in particolar modo sui datori di lavoro con meno di 50 dipendenti in quanto questi non sono per legge tenuti a versare il trattamento di fine rapporto al Fondo di tesoreria gestito dell’Inps. In tale situazione, le uniche eccezioni sono rappresentate dai lavoratori il cui Tfr è stato trasferito ai fondi di previdenza complementare o che hanno chiesto un anticipo. Inoltre -prosegue-, nell’attività di pianificazione economica che le imprese svolgono per determinare le proprie strategie, oltre a dover considerare l’aumento del costo legato al Tfr per il 2022, dovranno tener conto che tale costo peserà anche per negli anni successivi, in quanto la base di calcolo per le future rivalutazioni aumenterà progressivamente. Per le aziende con 5, 10 o più dipendenti questo accumulo di capitale può effettivamente diventare enorme, ritrovandosi di fatto ad avere decine di migliaia di euro di debito nei confronti dei propri dipendenti”.

 

La stima

Grazie ai dati (a gennaio 2023) a nostra disposizione sul numero di imprese artigiane con dipendenti (24.913) dei settori Metalmeccanica, Moda, Legno, Alimentare e Benessere in Veneto ed il numero dei loro dipendenti (115.212), ed ai dati dei cedolini elaborati dal Sistema Confartigianato Veneto, è stato possibile ricavare la dimensione media aziendale, l’anzianità aziendale dei dipendenti stessi e la maturazione media annua per settore del Tfr. Mettendo assieme queste informazioni è stato possibile stimare l’impatto che la rivalutazione del TFR potenzialmente potrebbe avere avuto nel 2022 (al lordo di possibili part time, anticipo TFR e adesione alla previdenza complementare da parte del dipendente e senza tener conto della rivalutazione del TFR nel corso degli anni) sui conti economici di queste imprese: 82 milioni di euro.

L’istituto del TFR è stato riformato con la legge n.297 del 1982 che prevede, per ogni dipendente privato, sia l’accantonamento annuo pari alla retribuzione dell’anno divisa per 13,5 che la rivalutazione del Fondo di accantonamento, al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso costituito dall’1,5% in misura fissa e dal 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente.