Omesso controllo sul caporalato, il “caso” Oliviero Martini

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Secco (Federazione Moda): “regole e controlli sono migliorati ma la nostra battaglia per una legge che punisca i laboratori clandestini prosegue”
Omesso controllo sul caporalato, il “caso” Oliviero Martini

“L’Amministrazione Giudiziaria imposta dal Tribunale di Milano all’azienda Alviero Martini a causa del mancato controllo sulla filiera produttiva delle sue borse, è una notizia straordinaria che ripaga delle lunghe battaglie che abbiamo fatto nell’arco degli ultimi vent’anni come Confartigianato Moda e ci auguriamo inauguri una nuova stagione della repressione al lavoro nero nel nostro Paese”. Lo afferma Giuliano Secco Presidente della Federazione Moda di Confartigianato Imprese Veneto. “Non sono infatti stati sanzionati solo i laboratori-dormitori gestiti da cinesi nei quali i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano hanno individuato almeno 37 operai irregolari -prosegue-, ma anche l’azienda committente. Non c’è prova che la casa di moda di lusso lo sapesse, scrivono i quotidiani lombardi però, non avrebbe mai verificato adeguatamente la propria filiera e l’effettiva capacità produttiva delle aziende terziste ufficiali”.

Secondo gli inquirenti, Alviero Martini avrebbe appaltato ufficialmente l’intera produzione delle borse a una impresa che non avrebbe la sufficiente capacità produttiva e qualitativa. Quest’ultima, si è rivolta ad alcuni opifici clandestini cinesi, in qualche caso con l’interposizione di una società intermediaria. Opifici che avrebbero sfruttato e sottopagato i dipendenti, molti irregolari. Queste imprese hanno ricevuto multe e ammende per oltre 300.000 euro. Sei laboratori hanno visto la loro attività sospesa per gravi violazioni delle norme sulla sicurezza nel lavoro.

“Il fenomeno del lavoro nero lo conosciamo bene qui in Veneto – ricorda Secco-. Offrire sempre di più, a un prezzo sempre più basso ed in tempi assurdi. Disponibilità e reperibilità ovunque e a qualsiasi ora del giorno. Sono i principi su cui per almeno due decenni si è basata la produzione tessile, in tutto il mondo. E a farne le spese sono soprattutto le condizioni di vita dei lavoratori, condizioni spesso definite “disumane”, con operai in nero, costretti a lavorare ben oltre 12 ore al giorno, a cottimo, senza alcuna garanzia per la sicurezza e la salute. E non stiamo parlando solo del Bangladesh e nemmeno dell’Europa dell’Est, ma anche della nostra Italia e del Veneto. Dove centinaia di laboratori cinesi -ma non solo- avvelenano il mercato con tagli al costo del lavoro, alla sicurezza e ai diritti dei lavoratori”.

“Ora -ammette- la situazione sta cambiando, e in meglio. Da un lato la pandemia e l’innescarsi di sempre nuove tensioni internazionali, che mettono in difficoltà gli scambi internazionali, hanno riportato al centro dell’alta moda mondiale la filiera artigiana in particolare quella del Veneto. Dall’altro la strategia UE sul tessile e la certificazione ESG stanno portando le imprese committenti ad un controllo ferreo della loro catena del valore con periodici Audit e verifiche. Infine il sistema di controllo e repressione da parte delle Forse dell’Ordine è costante e puntuale. Quello che manca, e su cui siamo impegnati con le nostre azioni sindacali -conclude- è una riforma dei reati in materia di lavoro nero e contraffazione nel sistema moda. Una normativa che dovrebbe, secondo noi, essere imperniata sulla figura del consumatore finale. La frode va sanzionata in quanto lesiva soprattutto degli interessi del destinatario ultimo del prodotto”.